Perché la musica ?

A cosa serve?
È facile spiegare la radice della maggior parte delle inclinazioni umane – bere, mangiare, parlare, far sesso ecc. – in termini di adattamento evolutivo. L’istinto che porta alla musica, altrettanto diffuso nella nostra specie, è, e lo era anche per Darwin, avvolto nel mistero, non svolgendo alcuna funzione evidentemente utile.

Alcuni studiosi pensano che le caratteristiche proprie della musica si siano sviluppate come effetto collaterale di adattamento partendo da funzioni sviluppate per altri scopi. Secondo questa ipotesi di minimo la combinazione di un sistema auditivo genericamente utile e necessario, di una propensione alla sintassi derivante dal linguaggio e la sua similitudine con altri suoni di maggior rilievo biologico concorrerebbero alla formazione di un sistema atto a dare piacere e suscitare interesse nella musica.

Altri invece ritengono che la musica si sia sviluppata a complementodi altre funzioni biologiche. Alcuni pensano sia un prodotto della selezione sessuale, altri che la musica sia utile per le attività di gruppo come la guerra o la religione, che la musica abbia preceduto il linguaggio, che origini dalla sua funzione per tranquillizzare i piccoli, ed altro ancora.

Tutti questi approcci hanno però il difetto di essere spiegazioni “ad hoc”, data la penuria di dati utili per dimostrarle o almeno definirne i limiti

Base genetica
Una base genetica sembra garantita dal fatto che, pur con notevoli differenze, la musica è presente in tutte le culture dell’umanità e inoltre lo è sin dalla prima infanzia. I neonati infatti presentano caratteristiche musicali comuni a tutti, quali la sensibilità per le ninne-nanne, la capacità di distinguere certi intervalli, certi cambiamenti di ritmo, e altro. Questi caratteri sono quindi almeno parzialmente ereditabili, pur essendo da dimostrare che siano specifici per la musica. Se non lo fossero, la teoria dell’adattamento collaterale ne risulterebbe indebolita.

In attesa di ulteriori esperimenti si suggeriscono pertanto due obiettivi più modesti per proseguire.

Primo, ricercare la base genetica degli attributi della musica, esecondo determinare se questi attributi sono condivisi con altri aspetti del processo cognitivo Il linguaggio è certamente l’aspetto conoscitivo più vicino, e le ricerche dimostrano sempre più l’importanza del battere questa strada. Le ricerche neurologiche dimostrano che la zona del cervello nota come “area di Broca”, che si ritiene presieda alle funzioni sintattiche del linguaggio, sia attivata anche quando certi accordi sono estranei al contesto musicale in cui si trovano, localizzando forse la sede della grammatica musicale..

Se a un attributo musicale come la capacità di distinguere cambi di altezza tra le note (intervalli) si sovrapponesse una funzione di adattamento evolutivo quale la percezione dell’intonazione delle parole, ne gioverebbe la teoria della musica quale effetto di adattamento collaterale.

Gli altri animali
Le ricerche hanno chiarito che, a parte gli uccelli, le balene e qualche altro caso gli animali non cantano e non hanno istinto per la musica, in particolar modo per la percezione degli intervalli.. Finora gli studi si sono concentrati più sulle differenze tra la nostra specie e le altre che sulle omologie. Ci si potrebbe indirizzare di più a questi studi comparati esaminando altre capacità musicali al di là della percezione degli intervalli. Aspetti quali il ritmo e la metrica sono per lo più ignorati e anche il numero delle specie esaminate è alquanto scarso. Le scimmie antropomorfe, che hanno un apparato auditivo quanto mai simile al nostro, sono state sinora trascurate. Occorre ricordare che i dati comparativi sono in genere più utili in caso di analogie piuttosto che di discordanze.

E quindi?
La musica è certamente una caratteristica universale della specie umana, ed è una componente importante di tutte le culture conosciute. Tuttavia essa non serve ad alcuna evidente, incontrovertibile funzione, in aperto contrasto con tutti gli altri comportamenti universali. È dai tempi di Darwin che si ricerca una funzione di adattamento, ma sembra che non se ne esca con una risposta convincente. Non vi è alcuna garanzia che si possa arrivare a una teoria coerente sulle origini della musica, e a tutt’oggi non vi è alcun segno che il traguardo sia raggiungibile. L’unica via è quella dell’approccio sperimentale; la ricerca del nucleo innato del comportamento umano verso la musica, delle caratteristiche uniche alla musica e lo studio dell’origine di quelle caratteristiche che non lo sono.

Marco Solforetti

Fonte :  Nature – Josh McDermott; Ricercatore, Università del Minnesota

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *