Psicologia del suono

L’auditorium
La sala da concerto è un salone degli specchi – specchi acustici. In qualunque ambiente chiuso il suono percepito è composto in modo predominante da migliaia di riflessioni. Muri, intonaci, legno riflettono il suono in modo elevato mentre le persone e le poltrone lo assorbono in modo altrettanto efficace.

Per ora sappiamo poco sui procedimenti con cui il cervello interpreta le riflessioni. Il compito principale che lo impegna sembra essere quello di localizzare la sorgente sonora. È una capacità notevole, dato che anche in fondo a una sala da concerto (dove il suono che arriva direttamente dalla sorgente è circa il 5% del totale, il resto essendo dato da riflessioni multiple) si è in grado di localizzare la posizione dell’origine del suono.

La contropartita è data dalla perdita della coscienza dell’esistenza delle riflessioni,  nonostante il fatto che le stesse rendano il suono più pulito. Viceversa in  chiesa il suono udito può durare secondi, prima che gli echi dal soffitto, dai muri  e dalle  colonne si spengano. Si  parla allora di riverberi, che non vengono percepiti in spazi chiusi di dimensioni ridotte, dato che il tempo di smorzamento del suono è troppo breve..

Verso la fine del diciannovesimo secolo il fisico W.C. Sabine di Harvard venne consultato per rimediare alla pessima acustica del salone delle conferenze dell’università. Lo studio fatto dal Sabine portò alla scoperta che la durata del suono riflesso –il riverbero– è proporzionale al volume dell’ambiente diviso per la quantità di materiale fonoassorbente. La sala fu poi demolita, ma la formula di Sabine è rimasta.

Per la comprensione del parlato è necessario un tempo di riverbero breve, tra otto decimi e un secondo. Per una sala da concerto, si ritiene desiderabile un tempo di riverbero di due secondi. In effetti la pulizia di un suono in musica equivale alla comprensione del parlato, ma la presenza di riverberi aggiunge spessore all’ascolto musicale. La formula di Sabine, oggi largamente adottata, fa sì che oggi si progettino grandi volumi di ascolto, con soffitti più alti di quanto si sceglierebbe altrimenti.

Psicologia del suono
Ci si è recentemente resi conto che le risposte della fisica acustica sono insufficienti per lo studio dell’acustica delle sale da concerto. Mediante apparecchiature sempre più complesse si è giunti all’esame di come la musica in sala viene accolta dall’ascoltatore. Questa ricerca ha dimostrato che la chiarezza dell’ascolto dipende dal rapporto tra i suoni  che giungono per primi e gli altri, e che l’ascoltatore preferisce ricevere lateralmente la maggior parte del suono stesso. Oggi si concorda nel ritenere che il problema sia dominato da cinque elementi soggettivi:

la “chiarezza”, ovvero capacità di distinguere il dettaglio musicale
la “riverberanza”, ossia la capacità di sentire gli echi
l’”intimità acustica”, che dipende dal coinvolgimento che proviamo durante l’esecuzione
la “centralità” che esprime la misura con la quale ci si sente circondati dal suono
l’”intensità” del suono
Questioni di forma
Il problema teorico sembra avviato alla risoluzione, ma in pratica? Una buona sala da concerto può rappresentare per una città un punto di orgoglio, e vi vengono coinvolti architetti e consulenti acustici. Spesso la concezione architettonica prevale: il famoso teatro di Sidney fu progettato a partire dalle famose conchiglie che ne definiscono la forma. La formula di Sabine nulla dice circa la forma che la sala deve assumere. Però il fatto che una sala acusticamente povera non solo sia causa di dissesti finanziari, ma sia anche ben difficilmente rimediabile  ha spostato nell’ultimo ventennio l’accento dall’architetto all’esperto di acustica. Le forme architettoniche si sono praticamente ridotte a solo due, lo scatolone e la sala a balconate.

Lo scatolone, ovvero il semplice parallelepipedo, è stato rispolverato dai secoli passati. Di allora abbiamo la Musikvereinsaal di Vienna e la Concertgebouw di Amsterdam.
Di oggi sono le sale da concerto di Dallas (McDermott – 1989) e di Birmingham (Symphony Hall – 1991).

Tra le sale a balconata la più famosa è quella di Berlino (Philarmonic – 1963), seguita da quelle di Cardiff (David’s Hall – 1982) e Los Angeles (Walt Disney – 2003).

Per il futuro si attende con curiosità la nuova sala della Filarmonica di Parigi, prevista per il 1912. Ivi l’udienza troverà posto in poltrone sospese in grandi volumi acustici. Ulteriori sviluppi dovranno però fare i conti con gli amministratori dei teatri e con i musicisti che vi lavorano. Dato che ormai in occidente tutte la principali città sono dotate di sale da concerto, e dato che difficilmente si demoliranno quelle con acustica insufficiente, è probabile che dovremo guardare a Cina e India per scoprire qualcosa di veramente nuovo.

Michael Barron, Facoltà di Architettura e Ingegneria Civile, Università di Bath, UK

Fonte : Nature

 

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